Johan Cruijff: rivoluzione al potere

Il “Pelè Bianco” non è passato agli annali soltalto come uno dei più grandi fuoriclasse della storia del calcio, ma ha rappresentato anche il profeta e allo stesso tempo l’espressione più brillante di un nuovo modo di concepire il gioco. Una rivoluzione di pensiero che Johan Cruijff ha infatti compiuto prima nella sua carriera da calciatore e (forse soprattutto) poi in quella da allenatore visionario. Anche se a dirla tutta la membrana che separa le due dimensioni è molto più permeabile di quanto si possa pensare, visto che Cruijff “allenava” già all’interno del rettangolo di gioco. Più che parlare di due periodi distinti, dunque, bisognerebbe parlare di un prima di Cruijff e dopo Cruijff, considerando come un tutt’uno il segno indelebile che il geniale olandese ha lasciato nella cultura del calcio e non solo. L’eredità del numero 14 non è mai andata perduta, ma è stata raccolta e in certi casi estremizzata da altri allenatori come Van Gaal e Pep Guardiola. Totaalvoetbal, è questa la parola chiave del cambiamento. “Calcio totale” in italiano, un sistema in cui non esistono più ruoli statici e predefiniti, perchè tutti attaccano e difendono, ogni posizione è interscambiale, tutti devono saper fare tutto. Ma non solo. Una concetto rivoluzionario dello spazio, che i giocatori creano e occupano, allargando e restringendo il campo, in modo quasi geometrico, come 11 architetti che ridisegnano continuamente le proprie traiettorie. Cruijff era il ritratto più importante e più bello della nuova filosofia, perno centrale di una squadra di cui era il regista, il rifinitore e anche il goleador, danzando per il campo seguendo la sua inesauribile fantasia. Un nuovo modo di pensare teorizzato da Rinus Michels, allenatore di quell’Ajax per la prima volta campione d’Europa nel 1971 trascinato proprio dalla stella di Cruijff, che sarà incarnerà e svilupperà quei principi per tutta la vita e porterà i lanceri ancora sul tetto del vecchio continente nei due anni successivi. Potrebbe essere abbastanza, ma non per Johan Cruijff, che voleva estendere la sua idea al mondo.

Si perchè dopo aver vinto tutto con la sua squadra del cuore e aver messo già in bacheca due volte il Pallone d’Oro, infatti, Cruijff esporta la sua rivoluzione in Spagna. Precisamente nella terra catalana, dove lo accoglie il Barcellona. Un sodalizio felice ma soprattutto decisivo per il destino del club blaugrana, che grazie al genio orange non sarebbe stato più lo stesso. Il numero 14 (che è stato costretto a indossare la 9 dalla federazione spagnola per la regola della numerazione fino a 11) trascorre cinque anni positivi al Camp Nou, ma soprattutto pone le basi per il modo di pensare il gioco su cui il Barca costruirà tutti i successi fino ai giorni nostri. Un’idea di calcio che Cruijff tramsetterà prima da giocatore e soprattutto da allenatore, quando fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta l’olandese guiderà il Barcellona verso i più importanti traguardi della propria storia. Se si parla di calcio totale, però, ai più la mente cnvoglierà verso quella meravigliosa ultima “reunion” del numero 14 con i suoi vecchi compagni dell’Ajax, quando nel mondiale del 1974 un’Olanda imbastita da calciatori dei lanceri e qualcuno dei rivali del Feyenoord, nonchè con Michels in panchina, incantò il mondo con sette sinfonie. L’ultima durò solo un minuto. Ma in quel minuto c’è tanto di quella filosofia che aveva cambiato il calcio. Sul terreno di gioco, la solidarietà cooperativa dei singoli calciatori olandesi produce una sorta di intelligenza di gruppo, perfetta sintesi alchemica fra individualismo e collettivismo. L’Arancia Meccanica confuta tutti gli schemi rigidi allora al potere, lasciando liberi i giocatori di sfogare tutto il loro genio anarchico all’interno di un sistema organizzato. La selezione orange sarà sconfitta solo in finale, ma passerà alla storia come la più bella perdente di sempre.

D’altra parte, l’Olanda campione del mondo sarebbe forse stato un epilogo troppo scontato. Per quel gruppo di giovani ribelli, e per il loro profeta, Johann Cruijff, c’era infatti da scontare un debito simbolico con le proprie origini. Perché, a pensarci bene, le vere rivoluzioni anarchiche non sono finalizzate alla conquista del potere. Quello che più conta è insegnare, risvegliare le coscienze, tracciare una nuova strada per le generazioni future. Ed è proprio quello che ha fatto Cruijff, con quella per la superiore consapevolezza che lo ha sempre accompagnato. Ed è questa consapevolezza inscindibile dalla perfezione del gesto tecnico che forse spiega la differenza fra la sorte del fuoriclasse con il 14 dopo il ritiro e quella di altri grandi, geni forse più istintivi, come Maradona e Pelé, e in particolare il suo successo come tecnico.

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